Archiviato in January, 2010

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O Tondi o Bettino!

Postato da: Editore on January 21st, 2010

No, certe cose stanno sopra le istituzioni e le parole che queste pronunciano ritenendosi al di sopra - loro - del bene e del male. Perché se sappiamo che il male è male, niente può passarci sopra. E’ una consapevolezza che non si copre con un foglio bianco. Perché nessuno ricorda i fatti? Perché deve passare il principio del “tutti colpevoli - nessun colpevole”, cui segue la riabilitazione della “vittima sacrificale”?

Bettino Craxi è stato un criminale italiano, un ladro. Condannato in via definitiva a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. E se non fosse deceduto probabilmente sarebbero giunte altre condanne (Enimont, Enel, All Iberian…). Significa: soldi di cui si è appropriato illecitamente. Nessuno grida che era innocente, perché non-lo-era. E’ scappato, fuggito dalla certezza del carcere. Eppure lo si “riabilita”…

Ora: perché Napolitano ha provato a riabilitarlo? Perché? Perché ha calpestato la legge e i suoi principi? Cosa lo spinge a dipingere una falsa immagine, mentre l’Italia gli presta attenzione come è dovuto a chi ricopre la sua carica? Adulti, giovani e giovanissimi lo hanno ascoltato: cosa otterrà? Una riscrittura della storia? Come è possibile rimanere così morbidi mentre ci diciamo intenti a lottare la criminalità, dentro la quale la storia ha rinchiuso anche Bettino Craxi? A cosa serve forzare la storia, se non a danneggiare il presente e - soprattutto - il futuro?

Ce lo chiediamo nel momento in cui giunge anche a noi la lettera di Tondi Fortuna, che gira da parecchio tempo on-line. E’ stata postata sul blog come commento al primo post. Rivolta allo stesso Presidente della Repubblica che di fatto calpesta i fatti della storia del nostro paese nel tentativo di riabilitare un criminale, la lettera è firmata dalla donna che è diventata uno dei simboli della lotta alla criminalità in Campania. Eccola:

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Illustrissimo Presidente della Repubblica,mi chiamo Tondi Fortuna, sono una cittadina di Caivano, paese a Nord di Napoli. Le scrivo in preda ad un profondo stato di depressione e smarrimento, dovuto alle tristissime vicende di cronaca di cui purtroppo siamo stati vittime e protagonisti, io e la mia famiglia.Illustre Presidente, chi Le scrive è titolare di una piccola macelleria a conduzione familiare che da anni sostiene con modestia, ma anche con tanta dignità, la mia famiglia.Ma ora proprio non ce la faccio più.La microcriminalità ormai imperante nella nostra cittadina ci sta letteralmente ammazzando. Nell’agosto scorso, Illustre Presidente, un uomo a volto scoperto e a mano armata ha consumato la nona, e dico NONA, rapina nel mio negozio.Nove rapine in meno di otto anni. Nove rapine, e una vita che mi stanno distruggendo.Della mia storia, Egregio Presidente, si sono occupati i media nazionali e locali. Una storia di paura, angoscia e disperazione, iniziata otto anni fa, nel lontano 2000, con un furto che ci portò via prosciutti, salami e tutti gli altri prodotti di valore della nostra piccola attività, trascinando la mia famiglia nel vortice dei debiti, di cui ancora portiamo i segni sulla pelle.Ma quello non sarebbe stato l’unico prezzo da pagare alla criminalità.Ancora un dolore forte al petto mi stringe, quando penso ad una rapina subita sei anni fa: mia figlia Emma, incinta di sette mesi, con una pistola puntata alla tempia. Vedo ancora i suoi occhi terrorizzati, e provo la stessa stretta al cuore a ricordarlo.La stessa stretta che mi provoca il pensiero del mio primo figlio, Antonio, e delle pallottole che stavano per ammazzarlo in un’altra rapina, questa del 2005. E questa rapina me lo ha portato via, lontano, perché da quel giorno Antonio, terrorizzato da quella “quasi morte” , volle andar via. Ora vive a Modena. E’ un emigrante il mio unico figlio maschio, Signor Presidente.La stessa scelta che ha fatto la mia terzogenita Maria che, spinta dal marito impaurito, ha deciso di trasferirsi ad Arezzo, portando con se quei due splendidi nipotini che non mi vedo più girare intorno e crescere.A pensarci ho una grande rabbia dentro. Non bastavano i soldi e la merce , Signor Presidente. Dovevano portarmi via anche i miei figli, i miei nipotini, l’unica gioia in fondo, per una umile e modesta nonna di provincia.Dovrebbe conoscerli, Signor Presidente, i miei figli. Ragazzi perbene, tranquilli, che questo stato di cose sta trasformando in vittime. Mia figlia Anna, la più piccola, ha solo ventuno anni, e già si è vista puntare contro una pistola tantissime volte, perdendo presto l’innocenza della sua giovane età a vantaggio di un sistema criminale. Ora soffre di una forte crisi depressiva che, lentamente, insieme ad alcuni specialisti, stiamo provando a risolvere.No, Illustre Presidente, tutto questo non è la trama di un film. Potrebbe sembrarlo, ma sono solo alcune delle tristi vicissitudini che ho dovuto subire e che ancora patisco , come testimoniano le denuncie che Le allego a questa mia lettera disperata.Le guardi Presidente, le guardi. E forse potrà provare, o quantomeno immaginare il dolore patito. Un dolore che si fa ancora più forte se penso all’indifferenza e al menefreghismo di tutte quelle istituzioni che avrebbero dovuto tutelarmi, garantirmi o quantomeno ascoltarmi.Io scrivo a Lei, Signor Presidente, in quanto Capo dello Stato e in quanto garante della Costituzione e di tutti i cittadini onesti, come lo è la sottoscritta, che da sempre ha rispettato le leggi e che sempre ha creduto di vivere in uno stato civile.Ma ora, Presidente, questa fiducia mi sta mancando. E mi manca perché tutti, dal primo cittadino del mio paese, dai consiglieri ai deputati di tutti i livelli, che anche io ho eletto partecipando al voto, mi hanno abbandonata. Nessuno, escluso alcuni giornalisti che di certo non hanno un potere effettivo, mi ha e mi sta aiutando.A volte me li immagino già tutti presenti al nostro funerale, come è già successo a qualche altro collega. Penso al povero tabaccaio di S. Antimo, ucciso per poche centinaia di euro.Mi dica Lei, Signor Presidente, che cosa devo fare?Mi dia Lei un buon motivo, una buona ragione per credere ancora nello Stato, per credere che la criminalità non sia la padrona assoluta della nostra città, e che sia ancora giusto rispettare le Istituzioni.Sono una donna semplice, Presidente, e semplice è la mia famiglia. Non credo di chiedere tanto, vorremmo solo lavorare e vivere in pace. Vorrei non vivere continuamente nel terrore che qualcuno dei miei familiari possa, un giorno o l’altro, perdere il dono più bello, quello della vita, in questa piccola macelleria di Via Clanio.Confido in Lei, Signor Presidente. Confido ancora nella massima carica dello Stato.Non mi abbandoni .Non voglio più sentirmi il commerciante più rapinato d’Italia, ma cittadino libero e felice di vivere, di lavorare e di rispettare le leggi della nostra Repubblica.Con Illustre rispetto                                         

Tondi Fortuna

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Coerenza e sacrificio, ricordando Ambrosoli

Postato da: Editore on January 15th, 2010

Giornata della coerenza civile - Logo

In un tempo così veloce da proiettarci nitidamente in più di un domani, la coerenza diventa uno dei valori più importanti. Significa firmare le pagine di storia, dare un senso alla stabilità. La società è masticata e inghiottita dai mutamenti politici che dettano spesso regole nuove e sconosciute, buone per smentire le promesse di qualche minuto prima.

“Liberacittadinanza” organizza ad Acireale la prima “Giornata della Coerenza Civile”, sabato 16 gennaio, per gettare luce su un valore così alto, che calato nella vita di tutti i giorni, vestitito di un importante “civile”, brilla ancora di più.

La figura scelta per il tema di questo che si spera essere il primo di una serie di anni nei quali questa giornata verrà celebrata, è l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli venne ucciso su mandato di Michele Sindona, padrone di quella banca e di un enorme impero finanziario internazionale fondato sulla menzogna e il malaffare: tre colpi di pistola, però, non bastarono a farlo tornare indietro, come fino ad allora la tentata corruzione e le minacce non avevano avuto esito. Sindona venne condannato (e in seguito morì avvelenato) e consegnato alla storia come uno dei maggiori criminali della storia del nostro Paese, Ambrosoli divenne simbolo di lealtà e giustizia. E della più pura coerenza.

Umberto Ambrosoli, suo figlio, racconta l’ultimo periodo di vita del padre in un libro, “Qualunque cosa succeda”, che narra di un uomo eccezionale votato a quello che in assoluto è giusto. Scriveva alla moglie, resosi conto di quanto grande fosse ciò che affrontava: “Anna carissima […] ricordi le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. […] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto”.

Uno di quei ragazzi, adesso, sarà ad Acireale per parlare di suo padre. La mattina sarà al cinema “Margherita”, alle 10:00, per incontrare i ragazzi delle scuole e nutrire la loro memoria. La sera, alle 18:30, sarà nel Salone delle Terme di Acireale, per incontrare chiunque voglia spolverare la memoria e osservare uno dei volti più significativi della coerenza.

Qualunque cosa succeda, a testa alta.

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Qui Rosarno, se questo è un uomo

Postato da: Editore on January 10th, 2010

Siamo Maometto, noi, e aspettiamo che la montagna ci raggiunga. Per poi affondarla.

Il concetto enorme e terribile degli dei che si permettono di giudicare la gente sulla base dei propri natali è quanto di più mostruoso la mente umana possa partorire. Spiegarlo, in fin dei conti, non è complesso: è una storia di morti ammazzati da innumerevoli mani. Immigranti, viaggiatori della sorte che abbandonano il luogo che li ha visti nascere per evitare che li veda morire prima di quanto possa essere ragionevole. E noi, che di scappare non abbiamo bisogno perché non c’è una pallottola per aria che ci aspetta, o l’acqua che manca, o il cibo che non arriva, o un vaccino che non esiste (perché qui per un’influenza la ruota della fortuna gira e suona per le case farmaceutiche); noi che di scappare non abbiamo bisogno perché il tempo della guerra è finito, stiamo qui a “ragionare” su come respingerli, perché su questa terra non devono metter piede. 

E le donne violentate regolarmente a ogni frontiera africana, e i bambini figli loro e dei mostri che hanno picchiato le loro madri, e gli uomini con la pelle attaccata alle ossa e la carne seccatasi al sole d’africa, onesti perché non c’era da arricchirsi nelle loro terre dove vivere è l’unica ricchezza, col sogno di scappare dall’inferno sapendo bene che hanno la vita appesa al centro di una tempesta, verranno additati qui da noi al grido “tornatevene a casa vostra”, mentre diamo le spalle alla chiesa dove rifugiarci nei giorni di festa, credendo che la terra su cui poggiamo i piedi Dio l’ha concessa solo a noi il giorno che ci ha mandato qui. E guai a chi la tocca. Ma ad Agrigento quest’anno i re magi non sono arrivati

Rosarno, dove la ‘ndrangheta aveva infettato da tempo le istituzioni arrivando a essere così sfacciata da mostrarsi in Comune, è diventata l’asso di bastoni dei politici dei respingimenti. Con un ministro dell’Interno che, chiamando “Rosario” il paese che pare stargli molto a cuore, ricorda che la legge, la “Bossi-Fini”, va applicata come si applica un calcio in culo, senza fare il minimo reale accenno alla malavita che stritola queste terre, e che ha deciso quella “rivolta” al tavolo di Natale. Quella malavita alla quale, come ricorda Saviano nel video postato qui sotto, si sono ribellati davvero solo questi “ultimi” presi di mira dal fuoco amico. Quella malavita alla quale non si è fatto cenno con nessun collegamento in diretta televisiva a colazione o a pranzo quando il Comune è stato sciolto a dicembre 2008.

Perché noi siamo Maometto, e la montagna venga pure che il Mediterraneo, nostro come la terra, la inghiottirà.

E adesso parola a Sofri.

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Considerate di nuovo se questo è un uomo

Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d’asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d’amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L’Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l’elemosina di un’attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all’ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra –“A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Nè bontà, roba da Caritas, nè
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

                                              Adriano Sofri.

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